Le coordinate concettuali e metodologiche preliminari
al lavoro del Laboratorio di storia
di
Sandra Chesi
Per il secondo anno consecutivo si è costituito il gruppo delle insegnanti del Laboratorio di storia, nell’ambito della formazione in servizio.
Una delle finalità del gruppo è quella di produrre materiale didattico da utilizzare all’interno delle classi, da mettere a disposizione del Circolo.
Lo scorso anno il lavoro si focalizzò sull’uso del documento iconico,
dal punto di vista metodologico, e sul Medioevo – in quanto società agricola
fortemente strutturata – come contenuto. Quest’anno abbiamo scelto di
utilizzare didatticamente le fonti archeologiche, individuando il tema della
Rivoluzione agricola, o per meglio dire le differenze più significative fra un
quadro di civiltà di tipo paleolitico ed uno di tipo neolitico.
La Premessa al lavoro dello scorso anno illustrava ampiamente i criteri
generali di riferimento, lo “sfondo” costruito dalla riflessione su alcuni
fondamenti epistemologici disciplinari ed il loro rapporto con gli obiettivi
formativi riferibili alla fascia d’età della scuola elementare.
E’ superfluo ripetere nuovamente quei temi e quegli argomenti,
rinviamo perciò alla lettura o rilettura di quella Premessa (il lavoro relativo
al documento iconico ed al Medioevo è visibile sul sito internet del Circolo
didattico di Vinci). Vorremmo qui limitarci ad alcuni approfondimenti che
riguardano in modo più specifico il reperto archeologico, ed anche la sua
collocazione naturale - il Museo - rispetto alle modalità in cui una scuola può
fruirne.
E’ opportuno, comunque, ricordare brevemente alcuni parametri di
riferimento del lavoro di questi due anni, per collocarli nel loro giusto
contesto.
I
programmi di storia del 1985 (tuttora vigenti) erano e sono ampiamente
condivisibili sul piano degli obiettivi generali.
Sul
piano dei contenuti, e su quello delle categorie temporali che costituiscono gli
organizzatori cognitivi dei contenuti stessi, sono state mantenute delle
ambiguità che, nei fatti, hanno impedito un vero cambiamento.
Si
parla esplicitamente di cronologia e successione (come sempre), ma anche, e
questo è positivo, di periodizzazione come strumento che interpreta i fenomeni
storici complessivi. Ma è solamente nelle indicazioni didattiche – cioè
nella parte chiaramente non prescrittiva – che si introducono le categorie di
contemporaneità e durata, senza menzionarle esplicitamente: “l’insegnante
eviterà che l’alunno percepisca, come progressione deterministica, la
successione dei vari tipi di società fatti oggetti di studio, facendo rilevare
come nello stesso tempo possano coesistere diverse società e come,
all’interno di una società moderna, possano sussistere, integrati, alcuni
elementi di realtà sociali del passato.”[1]
Nel
paragrafo dei contenuti, rispetto al passaggio che porta il bambino “dalla
interpretazione della storia del suo ambiente di vita alla storia dell’umanità”
(l’inizio del secondo ciclo), si parla dei momenti di “trasformazione delle
civiltà (…) nel tessuto di una periodizzazione essenziale” e di “momenti
significativi della storia (…) in un quadro cronologico a maglie larghe”.[2]
In altre parole, si parla di quadri di
società, ma senza indicarli o definirli.
Queste
ambiguità hanno fatto sì che la scansione dei contenuti e la struttura dei
sussidiari siano potute rimanere le stesse di prima.
Il
gruppo di lavoro della commissione ministeriale che ha lavorato sul curricolo di
storia, e poi il documento finale firmato da Tullio De Mauro, hanno invece
esplicitato categorie temporali e quadri di civiltà, ma anche alcuni indicatori
in grado di fornire chiavi di lettura di quelle periodizzazioni essenziali.[3]
Queste
conclusioni, per quanto discusse, rappresentano comunque una sintesi possibile
della ricerca didattica che si è sviluppata negli ultimi vent’anni (e che non
ha, purtroppo, nella tradizione accademica italiana, la stessa dignità della
ricerca prettamente disciplinare).
Ma
andiamo con ordine.
E’
un dato acquisito, già dai programmi dell’ ’85 e da quelli del ’79 per la
scuola media, che la formazione storica, intesa nella sua globalità, non è
riducibile soltanto all’apprendimento di avvenimenti ed informazioni
disponendoli in ordine cronologico. Essa deve far maturare la capacità di
compiere una serie di operazioni tecniche e mentali, che possano chiarire i
problemi che ci poniamo; in particolare: padroneggiare dei concetti, costruire
relazioni tra fenomeni e modelli di spiegazione. Attraverso quali organizzatori
concettuali possiamo raggiungere questi obiettivi, nell’ambito della storia e
nel contesto della scuola elementare?
Ricordiamo quelli che, direttamente o
indirettamente, sono menzionati all’interno dei programmi del 1985 e delle
indicazioni per la costruzione dei curricoli del 2001: evento, successione,
periodo, contemporaneità, durata, mutamento (rivoluzione). La cronologia resta
evidentemente il quadro di riferimento dell’insieme dei fenomeni storici.
Periodo e durata sono intimamente connessi. La lunga durata, nella sua
accezione storiografica, indica l’assenza, o la debolezza, dei cambiamenti di
una determinata struttura: è la tendenza all’autoriproduzione di una cultura;
è la temporalità di una realtà strutturata che non ha rilevanti movimenti
interni di trasformazioni.
Il mutamento di elementi sostanziali di una struttura può chiudere un
periodo ed aprirne un altro. Nella storiografia attuale la periodizzazione è,
in fondo, una classificazione: parlare di Paleolitico, Neolitico ecc., significa
soprattutto definire delle strutture sociali, economiche, mentali, ecologiche;
determinare le caratteristiche fondanti di una civiltà e della sua cultura.
La diversità tra questi periodi è perciò profonda e strutturale,
determinata da una serie di cambiamenti che hanno modificato radicalmente quelle
caratteristiche fondanti (nell’esempio sopra menzionato, così come per l’
industrializzazione, possiamo parlare di rivoluzione). “Periodizzare significa
delimitare un fenomeno, individuare un processo e la sua durata; è quindi di
per sé un atto di interpretazione storica.”[4]
Durata e mutamento, però, non sono definiti solo mediante il tempo, ma
anche mediante lo spazio: affermare che la rivoluzione agricola del Neolitico ha
avuto inizio nel Medio Oriente, significa affermare la contemporaneità di
culture diverse in luoghi diversi del mondo.
E’ utilizzando queste categorie che possiamo comprendere che il
Paleolitico ed il Neolitico non sono conclusi, ma durano
ancora oggi in alcuni territori circoscritti; che possiamo capire gli enormi
scarti temporali e strutturali presenti nelle società umane, in questo tempo
che è cronologicamente lo stesso
per tutti.
I
quadri di società enunciati dalla Commissione De Mauro (caccia / raccolta /
nomadismo; agricoltura / allevamento / stanzialità; società industriali),
rispondono ad una periodizzazione che indica nella rivoluzione agricola ed in
quella industriale, gli spartiacque fondamentali del passaggio fra i diversi
tipi di società.
Il lavoro del Laboratorio ha cercato di focalizzare alcuni elementi di
due ‘quadri di civiltà’: le società di cacciatori e raccoglitori, e le
società agricolo-pastorali, strutturate prima in piccoli villaggi e poi anche
in strutture abitative urbane.
Lo abbiamo fatto guardando al passato, ma anche al presente: le proposte
di lavoro sulle popolazioni primitive attuali rendono evidente ai ragazzi la
compresenza di differenti culture nel nostro tempo.
Gli indicatori che abbiamo preso come riferimento per l’elaborazione
del materiale didattico sono le abitazioni (differenti strutture
abitative sono correlate a differenti modi di vivere) e gli utensili (le
tecniche del lavoro e delle attività quotidiane, la soddisfazione dei bisogni
primari); il terzo gruppo di schede didattiche è stato denominato antropologia,
proprio perché esamina le diversità di tre popolazioni, rispetto ai due
indicatori sopra menzionati.[5]
Gli indicatori evidenziati in nota costituiscono una proposta
di riferimento per gli insegnanti. E’ auspicabile che siano gradualmente
costruiti insieme ai bambini, partendo dai problemi e dalle domande che essi
stessi pongono.
Un
lavoro di antropologia sulle popolazioni primitive attuali può costituire il
punto di partenza per la costruzione di indicatori-riferimento.
Ciò
che ai ragazzi interessa davvero capire, guardando libri o documentari relativi
alle popolazioni primitive, sono cose molto semplici ma essenziali, che
riguardano i bisogni primari: hanno una ‘casa’ per quando è notte, piove o
fa freddo? Quando si sentono male hanno le medicine? Cosa mangiano? Come fanno a
procurarsi il cibo?
Da
queste domande di partenza, nel corso del lavoro gli indicatori si affinano e si
generalizzano, diventando criteri di osservazione, “taccuini” da riempire;
diventano riferimenti per vedere, guardare, leggere (un museo, un documentario,
un libro) sapendo cosa cercare, e le conclusioni a cui si perviene sono
un’operazione di sintesi tra tutte le informazioni e le conoscenze in grado di
darci risposte, oltre a definire i tratti salienti delle società che si stanno
studiando. Così, abitazioni,
alimentazione, utensili, vita economica, cultura, diventano indicatori
generali concordati con i bambini e definiti insieme a loro (dentro il termine cultura ci stanno, per i ragazzi, le credenze, le abitudini, il modo
di affrontare le malattie e le contrarietà; ma anche le manifestazioni legate
alla comunicazione, all’arte o alla scrittura).
Il
passaggio dallo studio dei primitivi attuali a quelli del passato lontano è
quasi automatico, e gli indicatori costruiti continuano ad essere i riferimenti
attraverso i quali rendersi conto delle differenze, ed operare quindi
classificazioni fra modi di vita diversi.
La
periodizzazione tra paleolitico, neolitico, età dei metalli, diventa quindi
comprensibile nel momento in cui i ragazzi sono in grado di costruire differenti
quadri di società.
Un
lavoro che colleghi i primitivi attuali e quelli del passato lontano,
contribuisce a consolidare i concetti di contemporaneità e durata: il
paleolitico ed il neolitico non sono terminati, ma “durano” ancora oggi in
alcuni luoghi del mondo.
Conoscere
l’esistenza, in uno stesso tempo storico ma in luoghi differenti, della
diversità di culture e modi di vivere (anche in senso generale), agevola una
comprensione della diversità, troppo
spesso associata a connotazioni negative o limitanti. Rispetto ad una gerarchia
di valori che prevede il ‘peggio’ ed il ‘meglio’ nei modi di vivere, il
concetto di diversità valorizza la comprensione dei valori culturali, delle
differenti scelte rispetto ad un modello di sviluppo e delle contraddizioni e
limitazioni che quello stesso modello impone.
Questa
è una finalità importante e soprattutto raggiungibile.
L’uso
didattico del documento archeologico costituisce un contributo prezioso per la
comprensione di una serie di procedure di ordine metodologico, necessarie alla
ricostruzione storica.
Parlando
di reperti archeologici, ci riferiamo sempre e necessariamente alla
ricostruzione, nel tempo, di un determinato sito nel suo contesto territoriale.
Sono essenziali, perciò, nell’organizzare un itinerario didattico, i
riferimenti alla storia locale ed ai suoi piccoli o grandi musei; ai gruppi
archeologici che, a qualsiasi livello, nel territorio operano; ai siti ed ai
reperti che nel territorio sono stati ritrovati.[6]
Pur
non essendo possibile prescindere dalla variabilità delle situazioni locali, ci
sono una serie di aspetti che rappresentano delle costanti per qualsiasi
percorso didattico che voglia organizzarsi intorno al documento archeologico:
-
Il sito
archeologico: il contesto in cui sono stati trovati i reperti.
-
Lo scavo:
criteri e procedure.
-
La
stratigrafia.
-
Il
restauro
-
La
sistemazione dei reperti nel contesto museale (piccolo o grande che sia)
-
A cosa
serve un museo.
Questi
criteri di analisi ed approfondimento del documento archeologico possono essere
applicabili a qualsiasi contesto locale, una volta modificate, evidentemente, le
connotazioni specifiche (il museo di cui si parla, i ritrovamenti a cui ci si
riferisce ecc.).
Per
esplicitare questi aspetti, vorrei riferirmi ad un rapporto di collaborazione
attuato, qualche anno fa, fra due classi di quarta e quinta del plesso di
Spicchio-Sovigliana, nel Circolo didattico di Vinci, ed il Museo Archeologico e
della Ceramica di Montelupo Fiorentino.
Gli
scavi sui quali abbiamo lavorato sono stati quelli dell’edificio di epoca
romana di Casa Cambi, in località Ginestra Fiorentina, ed il Pozzo dei Lavatoi
di età medievale, situato in Montelupo.
Le
domande di partenza dei bambini sono state semplici ma non banali: perché le
cose antiche si trovano sottoterra, e come si fa a capire che in un posto ci
sono reperti.
Rispetto
a Casa Cambi, il fatto che gli scavi abbiano portato alla luce reperti
preistorici e reperti romani, pone il problema della successione temporale e
quello della datazione: “Come mai sono stati ritrovati nello stesso posto
reperti preistorici e romani? Erano i romani che conservavano i reperti
preistorici, oppure in quel luogo ci hanno abitato prima i preistorici e poi i
romani?” si chiedono i ragazzi.
Cercando
le risposte a queste domande, i bambini sono venuti a conoscenza delle fasi e
delle modalità più importanti di uno scavo archeologico: le prospezioni
preliminari (la prospezione a terra, la fotografia aerea, l’uso di
apparecchiature elettriche e magnetiche), le tecniche di scavo e l’importanza
della stratigrafia; gli strati rappresentano la dimensione temporale: ciò che
è più vicino al suolo è più recente, ciò che è profondo è più lontano
nel tempo. E’, in fondo, quello che Chelidonio chiama “la percezione del
mosaico ambientale”,[7]
vale a dire la somma degli ambienti del passato che determinano il territorio
attuale e che sono ordinate, rispetto al suolo così com’è oggi, dal presente
verso il passato.
La
visita al Pozzo dei Lavatoi ha consolidato il concetto di stratigrafia come
registrazione della dimensione temporale.
Si
tratta di un antico pozzo idrico abbandonato, per cause sconosciute, in epoca
medievale, ed utilizzato come discarica per gli scarti delle lavorazioni
prodotte dalle vicine fornaci ceramiche. Gli strati superficiali del pozzo
contenevano frammenti riferibili alla metà del XVII secolo, gli strati più
profondi sono riferibili al tardo medioevo.
L’idea
di un pozzo che progressivamente si riempie delle cose che vi gettiamo è
abbastanza semplice per un bambino, ed è evidente che ciò che è stato gettato
prima si trova in fondo, e che uno scavo è un viaggio a ritroso nel tempo.
La
visita al laboratorio di restauro ha completato questo primo aspetto del lavoro.
L’altro
aspetto riguarda una modalità di rapportarsi al museo che non si pone come
visita più o meno passiva, con oggetti da guardare e una guida da ascoltare. Il
rapporto col museo dovrebbe essere attivo ed interattivo; una visita dovrebbe
supporre il sapere cosa cercare e a quali domande provare a rispondere.
La
collocazione dei reperti in un museo è contestuale al sito in cui sono stati
ritrovati ed al loro tempo di appartenenza. Se la visita è inserita in un
percorso didattico sul documento archeologico, i bambini si rendono conto che i
reperti nel museo non sono solo oggetti belli da guardare, ma raccontano la
storia di un luogo e la vita che in esso si svolgeva.
Uno
scavo archeologico è la ricostruzione di un luogo nel tempo, ed è contestuale
alla ricostruzione della storia, anche ambientale, del territorio in cui si
trova. La datazione dei reperti mette quel sito e quel territorio a confronto
con altri più lontani, e la storia locale si rapporta a quella generale.
Costruire
questo rapporto è un obiettivo tra i più importanti, realizzabile anche
utilizzando i ‘quadri di civiltà’ come griglie di riferimento,
all’interno dei quali inserire il contesto locale.
Questo
può evitare, in parte, le facili generalizzazioni, abituando i ragazzi a
considerare che ogni fatto o reperto è sempre legato ad uno spazio e ad un
tempo.
Le
competenze acquisite dai bambini sui riferimenti concreti dello scavo
archeologico e dei reperti, rende maggiormente comprensibile un discorso
relativo alle procedure di ricostruzione di una storia più generale e
geograficamente lontana.
L’archeologia
ha una sua procedura di tecnica di scavo e di ricostruzione ipotetica di un
sito, che è specifica e particolare, ma anche relativamente giovane. Le
procedure di scavo nell’ottocento non erano quelle della moderna archeologia,
ed anche la collocazione e l’organizzazione dei reperti nel museo assume,
oggi, criteri e scopi diversi
rispetto a quelli del passato. Così come lo scavo archeologico,
nell’importanza che dà alla stratigrafia, non è più la semplice ricerca di
oggetti antichi, anche i musei non sono più, oggi, luoghi in cui ci si limita a
mostrare delle collezioni di oggetti, ma luoghi di ricerca e di educazione (o
almeno, questo dovrebbero essere). In
un museo di questa concezione, ogni reperto diviene un documento, cioè la
testimonianza di ciò che è stato quel reperto, ma anche la fonte indiretta
della vita che attorno ad esso si svolgeva, è un contributo alla ricostruzione
di un sito nel tempo.
Facciamo
un esempio: come ricordava Bloch nel suo Apologia
della storia, il palafitticolo che viveva sulle rive del lago e che in esso
gettava i resti del suo pasto, aveva solo intenzione di fare pulizia. Ma dai
resti fossili dei suoi avanzi, noi oggi possiamo sapere di cosa si cibava,
conoscere la flora e la fauna che in quel sito proliferavano, il livello più o
meno primitivo di agricoltura o allevamento che era o non era in grado di
praticare, e possiamo, da questo e dal polline fossile, dedurre anche il clima.
Il
modo in cui un libro (che sia di testo o parascolastico) presenta l’immagine
del documento archeologico, può somigliare all’organizzazione del museo di
cui prima parlavamo: può avere, allo stesso modo del documento iconico vero e
proprio, una prospettiva legata al lavoro didattico, oppure essere accessorio e
decorativo, rivolto al semplice mostrare
collezioni di oggetti. Un esempio: il sussidiario, nel capitolo degli uomini
primitivi, può mostrare chopper, amigdale o raschiatoi, come immagini
accessorie del testo; oppure può dare all’immagine di questi documenti una
valenza didattica, presentandoli non solo così come sono stati ritrovati, ma in
quella che doveva essere la loro funzione. L’uso degli utensili ci mostra i
gesti della quotidianità della vita; dalla loro singolarità si risale ai gesti
complessi della loro costruzione, ai materiali che li compongono. Mettendo a
confronto utensili di diverse epoche storiche, i bambini possono vederne la
trasformazione, ma anche la loro durata; sono in grado di rendersi conto che il
Neolitico, nel suo stile di vita e nei suoi utensili, dura
ancora oggi in alcuni luoghi del mondo.
Insomma,
al di là della specificità del documento archeologico inteso come fonte per la
ricerca storica, esiste una specificità didattica che può essere sviluppata.
Le
schede elaborate nel Laboratorio vogliono essere un contributo in questo senso.
Esse non si riferiscono, volutamente, ad un ambito locale (ogni scuola ed ogni
territorio ha i suoi riferimenti), ma esaminano alcuni scavi archeologici
particolarmente significativi, rispetto alle strutture abitative, ed una serie
di reperti indicativi di tecniche di lavoro e di vita quotidiana. La sezione di
Antropologia è stata messa per ultima per i riferimenti e le relazioni che
compie rispetto alle sezioni precedenti.
Va
detto comunque che i tre gruppi di schede di lavoro possono essere utilizzati
anche in modo indipendente, secondo l’ordine che ogni insegnante riterrà
opportuno. Inoltre, il gruppo è consapevole della non completezza ed esaustività
del proprio lavoro: come lo scorso anno, la struttura data è quella di un archivio
di materiale didattico, nel senso di un lavoro che può progressivamente
ampliarsi usufruendo del contributo di chiunque voglia darlo; ma anche di
modificarsi, nella verifica della propria validità didattica con i bambini.
Buon
lavoro.
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[1] Dal D.P.R. 12-4-85 n° 104: Storia.
[2] Ibid.
[3] Le categorie temporali sono esplicitate nella Sintesi… del 7-02-2001: evento, durata, mutamento, permanenza. I quadri di società riguardano le società di cacciatori e raccoglitori, le società agricolo-pastorali, le società industriali. Gli indicatori attraverso i quali descrivere i quadri di società sono: il rapporto uomo-ambiente, i rapporti sociali, i rapporti economici, il potere e le istituzioni, la religione, la cultura materiale.
[4] I. Mattozzi, Tempo, memoria, identità , FI, La Nuova Italia, 1986, p. 7
[5] Ricordiamo sinteticamente gli indicatori che venivano individuati nella Premessa al precedente lavoro:
a)
abitazioni: tipo di costruzione, materiali, mobilio. Struttura rurale
o urbana.
b)
Alimentazione: tipologia, qualità o carenze. Preparazione e
conservazione del cibo. Igiene.
c)
Tecniche, utensili: del lavoro, della casa, di ogni settore della
vita.
d)
Vita economica: caccia e pesca, agricoltura e allevamento,
artigianato e industria, commercio e scambio. Modi di produzione e divisione
del lavoro.
e)
La cultura: livello di vita, tecnica, abitudini e credenze, sistemi
di comunicazione.
[6] Segnaliamo il contributo di G. Chelidonio, Apprendimento, ambiente, origini, FI, La Nuova Italia, 1992.
[7] Ibid. p. 12